Breve storia dei Marmorari romani

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L'opera di rinascita dell'antico si esprime in particolare all'interno delle basiliche in cui grande risalto è dato alle suppellettili liturgiche ed ai bellissimi pavimenti di cui le chiese di Roma sono ricchissime. I materiali erano sottratti agli edifici diroccati dell'antichità ; dalle colonne spezzate in porfido rosso si traevano, segandole, cerchi perfetti: le rotae.
Anche per i grandi apparati pavimentali come le rotae, avviene, col passare dei secoli, un progressivo rimpicciolimento del loro diametro. A causa della scarsità  del materiale, negli ultimi anni della produzione cosmatesca, i grandi tondi porfiretici si riducono fino a diventare una composizione di frammenti commessi.
Lastre frantumate divenivano tessere di mosaici o forme da inserire nelle composizioni geometriche. Molti furono i marmi distrutti che, sminuzzati, venivano incorporati nelle nuove costruzioni o convertiti in calce. Uno tra i più fortunati reimpieghi lapidei è stato quello delle vasche antiche che ornavano le innumerevoli terme pubbliche e private di Roma.

ciborio
Santa Maria in
Cosmedin, Roma
.
Ciborio di Deodato
di Cosma,
fratello di Giovanni,
ispirato ai disegni
di Arnolfo di Cambio.
La base dell'altare è
costituita da una
vasca in granito rosa
di Assuan proveniente
da antiche terme romane.

Esse furono riutilizzate come fontane, ma in particolar modo, erano ricercate per accogliere le spoglie di santi e martiri, e come basi di famosi altari.
E'interessante osservare come, dalla metà  del sec. XII, le botteghe marmorare si concentrarono anche nella produzione di capitelli ionici ex novo. Essi in breve tempo sostituirono i capitelli di spoglio veri e propri, in quanto uniformi tra loro e facili da adattare ai diametri delle colonne.
La scuola cosmatesca subisce un arresto della sua attività  all'alba del sec. XIV con il trasferimento della sede papale ad Avignone.

pavimentazione
Santa Maria in Cosmedin, Roma.
Grande rota in porfido rosso nel pavimento della navata
centrale e altre rotae in granito del Foro.

 

 

Ciò testimonia come fosse importante il rapporto tra Chiesa e l'attività  dei Marmorari Romani. Col ritorno dei pontefici il ripristino dell'antica tradizione avrà  non pochi problemi dovuti anche ai tempi che cambiavano come si potrà  osservare in seguito nelle vicissitudini della Corporazione.

I Protagonisti: famiglie, botteghe ed artisti isolati

La particolare maniera di operare che contraddistingue le varie famiglie e le botteghe marmorare, è caratterizzata da formule compositive uniformi che si ripetono nelle medesime tipologie e nelle soluzioni ornamentali. Le differenze fra i loro stili sono riconoscibili solo da alcuni dettagli spesso difficilmente ravvisabili.
Il più antico Marmoraro Romano conosciuto è Christianus magister. Il suo nome appare inciso in ciò che rimane della tomba del cardinale Pietro nella Chiesa di Santa Prassede e si riferisce al 964 circa.

pavimentazione




La Chiesa di San Clemente è uno dei rari esempi in cui si conserva quasi integro il complesso arredo liturgico nel suo insieme decorato dai marmorari. La basilica originaria del 358 fu ricostruita nel 1108 sotto Pasquale II. L'intero asse longitudinale della navata mediana è scandito da rotae porfiretiche unite fra loro da fasce con andamento circolare. Fra l'ingresso ed il coro una seconda corsia con elementi circolari s'incrocia con la via processionale.

Al punto d'incrocio, un tempo, si trovava un motivo centrale di dimensioni maggiori. Una testimonianza è costituita dal pavimento della navata di San Pietro, dove, sulla grande rota di porfido, durante la cerimonia di incoronazione imperiale, si riunivano a pregare un cardinale vescovo ed il futuro imperatore.

Il coro è recintato da plutei marmorei provenienti dall'attuale chiesa inferiore risalente all'epoca di Giovanni II (533-35).



Passarono molti anni prima di ritrovare testimonianze scritte di maestri marmorari: infatti solo nel 1106 appare il nome del maestro Paolo che lavorಠnella cattedrale di Ferentino. A lui sono inoltre attribuite le suppellettili ed i pavimenti di San Clemente e dei Ss. Quattro Coronati ricostruite sotto Pasquale II (1099-1118). Risulta essere sempre della sua bottega il pavimento della Basilica di San Pietro in Vaticano.
Dal maestro Paolo discende una numerosa famiglia di artigiani. I figli si distinsero, nel 1148, per l'esecuzione dell' ambone nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura.

pavimentazione
Santa Maria in
Cosmedin, Roma.

Particolare del pavimento
con il girale in mosaico e la
rota in serpentino

Alla loro scuola, invece, sono attribuiti i pavimenti di Sant'Ivo, di San Crisogono e di Santa Maria in Cosmedin. Nella famiglia del maestro Paolo spicca la personalità  di Nicola d'Angelo (nipote del maestro) che operಠin diversi cantieri quali la costruzione del campamile della Cattedrale di Gaeta (1148), l'altare maggiore della Cattedrale di Sutri (1170), e il restauro della Chiesa di San Bartolomeo all'Isola Tiberina (1180). Negli ultimi anni del sec. XII, come suo ultimo lavoro conosciuto, Nicola d'Angelo scolpì con Pietro Vassalletto il candelabro pasquale che si trova nella chiesa di S. Paolo fuori le mura.
Contemporaneo dei figli del maestro Paolo è Drudo da Trivio. La sua opera maggiore è il ciborio della cattedrale di Ferentino. Egli qui lasciò un'iscrizione in cui si definiva civis romanus, titolo che potevano vantare coloro che a Roma vivevano e operavano. In particolare, l'appellattivo era utilizzato dagli artisti appartenenti alla famiglia dei Cosmati e veniva apposto soprattutto su opere eseguite fuori dal territorio di Roma.

cero
San Paolo
fuori le mura, Roma.

Cero pasquale di
Niccolò d'Angelo
e Pietro Vassalletto,
inizio XIII secolo.

Le famiglie che caratterizzarono l'arte marmoraria dalla seconda metà  del sec. XII al sec. XIV furono i Cosmati. Benché il nome "Cosmati" si deve solo ad una delle due famiglie che aveva tra i suoi fondatori il nome di Cosma, esso fu passato a tutto il gruppo, e spesso con cosmateschi si suole definire lavori affini al loro stile ma appartenenti ad altri maestri.
I due rami dei cosiddetti Cosmati sono quello della famiglia Tebaldo, che operಠdalla fine del sec. XII agli inizi del sec. XIII, di cui era capostipite proprio Tebaldo, e quello della famiglia Mellini, che operಠnella seconda metà  del sec. XIII , di cui era capostipite Cosma di Pietro.

Al ramo dei Tebaldo si devono diversi lavori e al figlio del capostipite Lorenzo si attribuiscono, nel 1185, le decorazioni degli amboni e del pavimento della Chiesa di Santa Maria in Aracoeli in Roma ed altri lavori eseguiti fuori dalla capitale.
Opere importanti furono svolte dal figlio Jacopo nella Cattedrale di Civita Castellana, prima da solo e poi con il figlio Cosma, nel 1210, nel portico della stessa.

 

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